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Siti web a Firenze

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Siti web a Firenze!

Costruire un sito eCommerce di successo ed ottimizzarne le sue prestazioni richiede una serie di passaggi, intuibili ma non sempre valutati nella loro reale importanza.

In questo articolo sottolineamo alcune tecniche irrinunciabili per portare il tuo eCommerce a una maggiore visibilità e per aumentare il tasso di conversione delle pagine del tuo sito.

Aumentare il traffico sul sito eCommerce è sicuramente il primo step, ma prima di investire in campagne pubblicitarie (Facebook Ads, AdWords) è bene esser pronti ad accogliere questo traffico.

Le descrizioni dei prodotti innanzitutto sono fondamentali per la vendita. Il contenuto deve essere ottimizzato per la SEO (Search Engine optimization) in modo da centrare perfettamente la ricerca online del tuo cliente target di riferimento.

Già…senza il cliente non esistiamo!

Di conseguenza comprendi il tuo pubblico, analizza con ricerche di mercato e con i dati della tua attività il profilo della tua clientela. Orienta tutto verso la platea di potenziali interessati dirigendo il traffico sulle pagine dei prodotti. Infatti, indirizzare all’ home page è la principale causa di abbandono e va evitata, come è sconsigliabile la presenza di passaggi superflui che ritardano il momento dell’acquisto.

Una grossa fetta di mercato dai tempi della diffusione del 4g in poi acquista su cellulare. Non dimenticare l’importanza di intercettare questa platea ottimizzando bene il tuo sito per i dispositivi mobili: la semplicità e la velocità pagano sempre perchè migliorano l’esperienza d’acquisto.

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Non dimenticarti il post vendita! Un cliente non conclude l’acquisto al momento del pagamento, ma sarà tua premura sondare la sua soddisfazione dopo l’acquisto al fine di gestire al meglio i feedback, migliorando così la tua reputazione sul web.

Affidati ad esperti del settore per velocizzare il successo della tua attività e concentrarti sulla cura del cliente…

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Web marketing, per un sito internet di successo

Web marketing, per un sito internet di successo

Ecco cosa fare per avere un sito internet di successo

Vuoi creare un sito internet ma non sai come fare?  Hai un blog ma non lo legge nessuno? Vuoi avere maggiore visibilità sui social?  Non preoccuparti c’è la Nardoni Web a Firenze!

La Nardoni web è un’agenzia di web marketing che metterà a tua disposizione tutta la sua competenza  e professionalità per darti tutti i servizi utili per la creazione di un sito internet di successo.

Con un piano di web marketing adatto alle tue esigenze, vedrai crescere la tua attività in modo costante e produttivo, oltre che molto redditizio.

Perchè affidarsi a dei professionisti?

Il web è il più grande e potente mezzo di comunicazione dei nostri tempi. E’ possibile raggiungere migliaia di utenti con un solo click. Non è magnifico? Però non è facile come sembra. I migliori siti internet  sono quelli che uniscono la qualità del brand alla visibilità.

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Se ne vuoi uno  così,  ci vuole un progetto personalizzato fatto da professionisti.

Esistono trucchi e  strategie congegniate apposta per far aumentare la visibilità del tuo sito internet.  Gli utenti sono pigri e si fermano ai primi risultati dei motori di ricerca, ecco perchè funzionano solo i siti aziendali posizionati nelle prime pagine ed ecco perchè hai bisogno, per lanciare il tuo brand, di un  web marketing mirato. Il tutto creato da  professionisti di altissimo livello.

La Nardoni web è un’agenzia di web marketing composta da un team di professionisti,  seri e preparati, di specialisti SEO,  social media manager,  copywriter,   videomaker, grafici e web designer pronti a creare per il tuo brand un app, un blog, un video o quant’altro serva a far splendere il tuo brand tra mille altri e a  farti trovare dai tuoi futuri clienti in modo semplice e  rapido. La qualità, la competenza e la passione per il web dell’agenzia  fiorentina Nardoni  sono la garanzia per un ottimo risultato. Da migliaia di click!

 

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I diritti nell’era di internet

I diritti nell’era di internet

I diritti nell’era di internet

La nascita del termine “Internet” risale al 1982. A partire da quella data fino ad arrivare ai giorni nostri, internet e le tecnologie informatiche si sono sviluppate sempre di più.  Connessa a questo sviluppo, si è posta con gli anni la domanda se fosse o no necessaria una regolazione dei diritti nella dimensione virtuale. La risposta data a questo interrogativo in un primo momento è andata in una direzione, e poi è stata smentita e ribaltata negli anni a seguire. Un altro interrogativo si riferiva invece alla necessità o meno di creare nuovi diritti per il mondo informatico oppure no. Tutto ciò, lo vedremo nei prossimi paragrafi di questo articolo intitolato: “I diritti nell’era di internet”.

Internet richiede regole?

Regolazione vs autoregolazione

L’affermazione “internet richiede regole”, fino a pochi anni fa era vista più come un interrogativo, e andando un po’ più a ritroso nel tempo, costituiva una vera e propria negazione. Ai suoi albori, internet veniva infatti visto come uno spazio privo di regole. Vi era una vera e propria riluttanza verso una qualsiasi forma di regolamentazione. Il motivo di tale avversione, risiedeva nella paura che in qualche modo la portata dei diritti ne risultasse in qualche modo sconfitta. Ciò a causa del rischio di una loro delimitazione eccessiva. La visione di internet come “il più grande esperimento di anarchia” (così come definito da E. Schmidt) della storia, caratterizzata (come sostenuto nel 1996 da John Perry Barlow all’interno della sua Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio) dall’autoregolazione e dall’assenza di un sovrano, non è più attuale. In Internet non troviamo più come ha detto G. De Minico, un “heaven of the self-regulation“.

Questo approccio ad Internet però, ha preso vigore solo negli ultimi anni. Infatti, solo nel 2010 ci si poneva la domanda – come sottolineato da G. Camera e O. Pollicino – se fosse possibile prevedere delle regole in grado di governare la Rete, e se si, in concreto chi avrebbe dovuto adottare tali regole. Oggi, nel 2018, non ci poniamo più questa domanda. All’opposto, abbiamo la consapevolezza che internet necessiti di specifiche regole, che circoscrivano cosa si possa fare e cosa no nella dimensione virtuale.

È necessario creare nuovi diritti?

Carlo Blengino ha detto che:

non è necessario creare nuovi diritti, ma rivedere e aggiornare ai tempi del web quelli già tutelati nella vita di tutti i giorni.

Senz’altro, aggiornare i diritti già esistenti per renderli efficaci anche nella dimensione informatica, è importante, e infatti così è successo per molti diritti. Basti pensare al diritto alla privacy, che è stato proprio di recente protagonista di innumerevoli cambiamenti con l’avvento del GDPR. Ma è altrettanto vero, come diceva Norberto Bobbio, che:

l’attuazione di una maggiore protezione dei diritti dell’uomo è connessa con lo sviluppo della civiltà umana.

Contestualizzando questa affermazione di Bobbio all’interno della nostra tematica, per “sviluppo” potremmo intendere anche quello tecnologico e informatico.

Rovesciando quindi la frase, si potrebbe dire che lo sviluppo tecnologico e quello informatico richiedano una maggiore protezione dei diritti. E maggiore protezione vuol dire, non solo aggiornare diritti già esistenti, ma anche creare nuovi diritti necessari a tutelare esigenze inesistenti prima dell’avvento di internet.

 

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Il digital divide attenta alla democrazia?

Il digital divide attenta alla democrazia?

Il digital divide attenta alla democrazia?

Il digital divide, cioè il divario digitale, consiste nel divario di chi può accedere davvero ad internet e chi non può. Nel prosieguo dei paragrafi, cercheremo di rispondere alla domanda posta dal titolo di questo articolo: il digital divide attenta alla democrazia? Ma prima di addentrarci nell’affrontare tale quesito, ci porremo un’altra domanda: In cosa si sostanzia il diritto di accesso ad internet?

Il diritto di accesso ad internet

In un precedente articolo abbiamo visto come con l’avvento di internet, si è posta la necessità di creare nuovi diritti. Il diritto di accesso è uno di questi nuovi diritti, e ne  parleremo in questo contesto perché è inevitabilmente connesso al tema del digital divide. A breve vedremo perché.

Storia del diritto di acceso ad internet in Italia

Adesso un po’ di storia: il riconoscimento del diritto di accesso a internet all’interno del nostro ordinamento fu proposto per la prima volta da Stefano Rodotà. Era il novembre del 2010 a Roma all’Internet Governance Forum Italia. La proposta riguardava l’inserimento di un articolo all’interno della Costituzione, e più precisamente l’art. 21-bis, al fine di far rientrare nei diritti fondamentali, l’accesso alla Rete.

Come ha detto Gaetano Azzariti, l’introduzione di questo articolo avrebbe rappresentato un intervento di “manutenzione” costituzionale, reso necessario dall’imporsi  del fenomeno internet. Tuttavia Azzariti si chiedeva perché si volesse introdurre come articolo a sé (articolo 21-bis) e non invece inserirlo come comma aggiuntivo all’interno dell’esistente articolo 21 della Costituzione visto che, sempre a suo parere, il diritto d’accesso alla Rete rappresenterebbe una specificazione del più generale diritto alla libera manifestazione del pensiero.

L’art. 21-bis

Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale ⌊…⌋

Questo è il testo dell’art. 21-bis che però non è mai entrato in vigore. Ma perché il riconoscimento di questo diritto era stato valutato necessario, visto che l’art. 21 Cost., garantisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione?” Questo dubbio nasce dalla locuzione “ogni altro mezzo di diffusione”, nella quale dovrebbe rientrarci anche internet. Prevedere una espressa garanzia costituzionale per internet, è però possibile, perché per sua natura ogni persona ha la possibilità di utilizzarlo direttamente (come sottolinea Rodotà). Questa è una notevole differenza rispetto ai mezzi: stampa, televisione e telefono.

L’art. 34-bis

Proseguendo cronologicamente, nel 2014 si propose di introdurre nella Costituzione l’art. 34 bis che avrebbe qualificato il diritto di accesso ad internet come diritto sociale. In questo modo lo Stato sarebbe stato onerato a investire nelle infrastrutture di connessione alla Rete, in modo uniforme sul territorio, pr garantire a tutti di accedere ad internet ad alta velocità. Anche questa proposta non andò a buon fine

L’Internet Bill of Rights

Siamo arrivati al 2015, anno nel quale il diritto di accesso ad internet riesce finalmente ad ottenere una sua regolamentazione all’interno dell’Internet Bill of Rights, ovvero la Dichiarazione dei diritti di internet. Tale Carta, non qualifica questo diritto come diritto sociale, ma come diritto fondamentale, sottolineando che il suo contenuto costituisca un altro modo per far valere l’eguaglianza fra le persone. Di fondamentale importanza è il tema dell’accesso libero e paritario a ciò che il mondo della scienza e della tecnologia mette a disposizione.

Tuttavia, nonostante l’Internet Bill of Rights sia un documento importantissimo, come ha detto lo stesso Avv. Carlo Blengino:

⌊…⌋ dal punto di vista legale vale poco, è pura moral suasion

Nel dire questo, Blengino sottolinea che il reale valore della Carta è solo quello di spingere le persone ad aderire ai suoi precetti in quanto moralmente e socialmente corretto. Come ha detto N. Zingales:

la Dichiarazione dei diritti di Internet detta linee guida per la futura governance della Rete

Diritto di accesso e digital divide

Eccoci arrivati al punto chiave di questo articolo: qual’è la connessione tra i due temi del diritto di accesso e del digital divide? E in secondo luogo rispondiamo alla domanda: il digital divide attenta alla democrazia?

Il legame tra il diritto di accesso e il digital divide

Per dare una risposta alla prima domanda, bisogna dire che il diritto di accesso non si sostanzia unicamente nell’accesso tecnologico inteso come mera connessione materiale ad Internet. Infatti quando entriamo in Rete è necessario anche  poter accedere ad un mondo di opportunità. Come ha detto Stefano Rodotà:

dobbiamo poter accedere ad Internet con una chiave che non apre una stanza vuota; accesso significa anche non dover pagare ogni servizio dopo la connessione.

Quindi per dare una risposta alla prima domanda, il legame che purtroppo lega il diritto di accesso al digital divide è che, nel momento in cui abbiamo quest’ultimo, significa che c’è chi può accedere liberamente ad internet e chi no. Le origini di questa nuova forma di discriminazione, riguardano in parte le differenze economiche tra paesi ricchi e poveri, ma non solo. Infatti, scaturisce anche da problemi di origine culturale e sociale. A farne le spese sono in particolare, gli anziani e i disabili.

Il digital divide attenta alla democrazia?

Rispondiamo adesso alla seconda e centrale domanda che ci siamo posti: il digital divide attenta alla democrazia? La risposta è si. Infatti, a causa di questo divario la  democrazia ne viene a risentire, perché,come ha detto Stefano Rodotà:

accedere a internet è precondizione essenziale  per esercitare la libertà di parola.

Infine, sempre Rodotà ha detto che: visto che il diritto di accesso riguarda sia la conoscenza “in uscita” (quella che ciascuno può attingere dalla Rete), sia quella “in entrata” (prodotta da tutti coloro che la accrescono con il loro intervento),

chi non accede alla Rete – e, soprattutto, chi non lo farà in futuro – vedrà inevitabilmente compromessa la propria libertà di informarsi e di informare, anch’esse a base della democrazia.”

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Privacy ieri e privacy oggi

Privacy ieri e privacy oggi

Privacy ieri e privacy oggi

“Avremo sempre meno Privacy, e va bene”: analisi dell’articolo di Dominic Basulto

Prima di cominciare a parlare del nostro articolo che si intitola: “Privacy ieri e privacy oggi”, facciamo un rapido cenno ad un articolo del 2015 del Washington Post.

Il suo autore è Dominic Basulto, e si intitola: “Avremo sempre meno Privacy, e va bene così”.

Uno dei concetti che viene qui espresso, è che le generazioni del futuro, guardando all’idea di privacy attuale, la troveranno antiquata. Senz’altro tutto ciò è vero. Del resto, quando quello che noi oggi chiamiamo presente diventerà passato e quindi parte della storia, coloro che vivranno in un tempo che noi oggi chiamiamo futuro, rileggeranno il passato con l’occhio del loro presente. Noi chiaramente non possiamo sapere esattamente cosa succederà, ma se dovessimo fare delle ipotesi, potremmo facilmente arrivare a dedurre che ci sarà sempre meno privacy come noi la intendiamo. Ciò sarà probabilmente dovuto allo sviluppo informatico e tecnologico sempre più veloce e maggiore.

Un’altra cosa sulla quale si sofferma l’autore di questo articolo, è che avere meno privacy può essere giusto, se giustificato da un raggiungimento di altri benefici che compensano questa parziale privazione. Già il titolo dell’articolo si esprime in questa direzione. Ma va oltre tale affermazione nel momento in cui dice che “avere troppa privacy è un rischio come averne troppa poca”. E nel dire ciò, assimila il concetto di “troppa privacy” ad una forma di democrazia mal funzionante. Dominic Basulto con le sue parole ci dà sicuramente dei preziosi e interessanti spunti su cui riflettere e fare fantasticherie sul domani.

Ma torniamo al presente, e volendo anche al passato. Affrontiamo l’evoluzione del concetto di privacy parlando di: privacy ieri e privacy oggi.

Privacy ieri

La concezione di privacy di “ieri” corrisponde al diritto al riserbo della propria vita privata. Il suo contenuto si sostanzia nel dare all’individuo la possibilità di frapporre uno schermo tra la propria individualità e la società. Può perciò essere definito come diritto alla riservatezza. In un primo momento esso si declina come diritto delle persone a che nessuno pubblichi informazioni su di loro.

Rispetto ad altri diritti, alla riservatezza è stato dato valore costituzionale solo alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. La sua portata necessitava poi, di essere bilanciata con l’art. 21 Cost. relativa alla libera manifestazione del pensiero. Ma per fare ciò era necessario che anche al diritto alla riservatezza fosse riconosciuta tutela costituzionale. Al fine di ottenere questo risultato, fu necessario riferirsi agli artt. 2 e 3 della Costituzione.

Gli artt. 2 e 3 della Costituzione

Una parte dell’art. 3 Cost., ci dice che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale“. Ciò significava che i titoli nobiliari non avevano più valore e ha permesso alla giurisprudenza di elevare a tutela costituzionale sia la riservatezza che l’onore e la reputazione. Sempre con riferimento a questo articolo 3 Cost., è stato inoltre possibile pretendere che non sia consentita una diffusione indiscriminata di notizie.

Abbiamo poi l’art. 2 Cost., che ha dato ulteriore forza alla tutela del diritto alla riservatezza. Ciò, grazie alla sua natura di “clausola aperta” che permette l’introduzione di tutta una serie di nuovi diritti.

Cosa significa riconoscere come diritto la riservatezza?

Significa sancirne l’intrasmissibilità, l’imprescrittibilità e l’indisponibilità, permettendo però al tempo stesso  a ogni persona di autolimitare il proprio diritto. Quindi, di rendere partecipi gli altri di alcuni aspetti riguardanti la propria vita privata.

Privacy oggi

Dal momento in cui hanno cominciato a circolare i dati via internet, si è posta la necessità di passare:

  • dal diritto al riserbo della nostra vita privata,
  • al controllo e tutela dei dati che circolano su di noi.

In un precedente articolo avevamo parlato di questa forma di controllo che coincideva col concetto di Habeas Data.

Tappe evolutive del concetto di tutela dei dati personali

  • La direttiva 95/46: tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e libera circolazione dei dati personali.
  • La legge 675/1996: istitutiva del Garante della Privacy.
  • La direttiva 97/66: trattamento dei dati personali, tutela della vita privata nel settore delle telecomunicazioni.
  • La direttiva 58/2002: trattamento dei dati personali e tutela della vita con riferimento al settore delle comunicazioni elettroniche.
  • Il decreto legislativo 196/2003: il Codice Privacy.
  •  Il regolamento 2016/679/UE: Regolamento generale sulla protezione dei dati personali (GDPR).
  • il decreto legislativo 10 agosto 2018 n. 101: adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) 2016/679.

Privacy ieri e privacy oggi, ovvero: da una tutela statica ad una tutela dinamica

Per concludere, possiamo vedere che i due diversi concetti, ci portano a concepire una forma di tutela avente una portata molto diversa. Infatti:

con riferimento al diritto alla riservatezza, la tutela è statica e negativa. Questo perché ciò che rileva è il momento individualistico e il potere si esaurisce nell’escludere le interferenze altrui.

Con riguardo invece al diritto alla protezione dei dati personali, la tutela è dinamica e positiva. Ciò perché la tutela segue i dati nella loro circolazione. I poteri di controllo e d’intervento inoltre, non sono attribuiti soltanto ai diretti interessati, ma anche ad una autorità indipendente. Quindi la tutela non è più soltanto individualistica, ma coinvolge una specifica responsabilità pubblica.

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